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Rapine in banche e alle poste: i dipendenti vanno risarciti


L’assenza di dispositivi di sicurezza e la consapevolezza dell’elevato rischio di rapina, tenuto conto della natura dell’attività esercitata e delle caratteristiche dell’ufficio postale, impongono il risarcimento in favore della dipendente.

Banche e Poste Italiane hanno l’obbligo di tutelare l’integrità psico-fisica dei propri dipendenti anche attraverso l’adozione di misure di sicurezza idonee a preservare i lavoratori dal rischio di aggressioni conseguenti alle attività criminose di terzi.

Pertanto, nel caso in cui il datore di lavoro sia consapevole di svolgere un’attività che espone i propri dipendenti a un elevato rischio di rapine o di altre azioni violente (così è nel caso di chi maneggia soldi in contanti, come presso gli istituti di credito) e ciò nonostante non abbia predisposto tecniche di sicurezza adeguate, è tenuto a risarcire i danni subìti dai lavoratori.

Lo ha chiarito il Tribunale di Arezzo in una recente sentenza .

La vicenda

A seguito della rapina in un piccolo ufficio postale, il criminale era riuscito a impossessarsi del denaro posto nella cassaforte che si trovava alle spalle di un dipendente. Quest’ultimo, subito dopo, si è visto citare in tribunale da Poste Italiane per la richiesta di risarcimento, con l’accusa di non aver prelevato il denaro dal roller cash – contrariamente alle disposizioni aziendali in caso di rapina – ma dalla cassaforte.

Dal canto suo, il dipendente ha chiesto a sua volta che Poste Italiane gli risarcisse i danni subiti (inabilità temporanea totale e danno biologico permanente al 5%) a causa della mancata adozione di misure idonee a preservare i lavoratori da condotte aggressive da parte di terzi.

Il Tribunale ha rigettato la richiesta di Poste Italiane ed ha accolto invece quella del lavoratore.

La motivazione

Esiste – secondo la giurisprudenza – un vero e proprio obbligo per banche e uffici postali, spesso soggetti a rapine, di predisporre misure di sicurezza che tutelino i lavoratori da aggressioni da parte di terzi.

Il codice civile contiene una norma di chiusura del sistema antinfortunistico estensibile a tutte quelle situazioni ed ipotesi non ancora espressamente previste, in modo espresso dalla legge. Detta norma impone al datore di lavoro l’obbligo di tutelare l’integrità psico-fisica dei dipendenti con l’adozione – ed il mantenimento in condizioni di perfetta funzionalità – non solo di misure di tipo igienico-sanitario o antinfortunistico ma anche di misure atte, secondo le comuni tecniche di sicurezza, a preservare i lavoratori dalla lesione di tale integrità nell’ambiente od in costanza di lavoro. Tali misure devono preservare i dipendenti anche nel caso di eventi – come le aggressioni e le rapine – che si presentino con frequenza periodica in alcuni settori (quale quello delle aziende di credito), sicché il relativo rischio ha un apprezzabile grado di probabilità.

Quali misure?

Il tribunale termina evidenziando che solo la predisposizione di misure idonee come per esempio un sistema di sicurezza, di telecamere a circuito chiuso, un sistema di controllo all’ingresso dell’ufficio, di vetri antisfondamento o antiproiettile, potrebbe esonerare il datore di lavoro dall’obbligo di risarcimento del danno.

Al contrario, l’assenza di dispositivi di sicurezza e la consapevolezza dell’elevato rischio di rapina, tenuto conto della natura dell’attività esercitata e delle caratteristiche dell’ufficio postale, impongono il risarcimento in favore della dipendente.

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